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Un pensiero per Antonio

C’è un’immagine di Antonio Linciano che resterà impressa nella mente: è il pomeriggio del 31 agosto, sotto il sole cocente ci sono il grande fermento e la tensione alta della Notte Verde. Lui è trafelato, sudatissimo, sposta balle di paglia, tavoli, cartelloni da una parte all’altra, insieme a tutti noi. A un certo punto chiede: “Come posso ancora essere utile?”. Qualche ora dopo è vestito di tutto punto, presenta con orgoglio ai suoi amici invitati da Taranto quello che non anche lui ma i giovani di Castiglione hanno fatto. Così era Antonio: voleva rendersi utile e non prendersi alcun merito.


Tra tutti coloro che nel corso degli anni si sono avvicinati alla nostra realtà, lui, forse, è stato colui che ha compreso più in profondità il nostro spirito e lo ha condiviso, lo ha fatto suo. Lo ha raccontato ai suoi alunni il nostro incontro: aveva prolungato la vacanza nel Salento per poter partecipare alla Notte Verde, ormai 7 anni fa, e da allora non si è più staccato da Castiglione, non si è più staccato da noi.

È stato generoso fino all’inverosimile, ha creduto in noi oltre ogni immaginazione, così tanto da decidere di far casa qui e di quella sua casa ci ha aperto le porte, l’ha fatta sentire un focolare per i nostri pensieri, le nostre discussioni, le nostre prospettive.

Non era Antonio una persona come le altre: il suo lavorare a contatto con i ragazzi ha plasmato un carattere autorevole ma pragmatico, ha affinato la sua capacità di guardare dentro le esperienze per coglierne il valore, ma ha anche misurato il peso che la sua generazione ha dato o non ha dato alle cose prima della nostra.

Ci ha sorpreso la convinzione che aveva che i suoi studenti di Taranto avessero molto da imparare qui, nella nostra comunità, tanto da farli vivere con noi per giorni. Ci ha commosso la sua voglia lucida di “voler fare qualcosa” - per usare una sua espressione - per i bambini del suo quartiere, i Tamburi, pensando che ospitandoli qui e offrendo loro le nostre attività legate alla terra e alla ruralità potessero star meglio. Le nuove generazioni per lui non sono state uno slogan, ma sono state l’approdo, la chiave per dipanare pensieri lunghi e complessi, il grande obiettivo della sua vita. È in questa differenza la cifra più autentica dell’essere maestro più che un docente.


Lui maestro lo è stato, dentro e fuori dalla scuola. Nel dare fiducia, nel darci la sua stima, ci ha chiamato tutti a responsabilità: studiare-capire-confrontarsi. E poi fare. Anzi, poi fare bene. Che è qualcosa di diverso, è qualcosa che richiede la fatica di interrogare il domani, di scrutare l’orizzonte prima di mettersi all’opera.

Poteva scegliere Castiglione semplicemente come buen retiro, come luogo di villeggiatura. Lo ha scelto, invece, come luogo in cui proseguire il suo impegno accanto e in favore di quelle nuove generazioni. E noi gli saremo sempre grati per questo.


Sarà difficile ora abituarsi all’idea che abbiamo perso un amico, un compagno di utopie, un uomo perbene con il quale poterci confrontare. Ma sappiamo che Antonio ci avrebbe rivolto la parole che Alexander Langer usò per il suo congedo dal mondo: Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.


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