• Michele Carducci

Notte Verde, il senso dell’ “abitare”

La “Notte Verde” di Castiglione non è semplicemente un evento. Rappresenta un inedito e interessantissimo esperimento di democrazia partecipata attraverso la condivisione dei beni della terra: un esperimento che, nel diritto costituzionale comparato, è definito di “demodiversità”. In ragione della biodiversità dei luoghi, coloro che li abitano cooperano per la condivisione di esperienze di pratiche agricole e di valorizzazione di antichi saperi e antichi sapori, espressivi tanto della natura come della cultura di quei luoghi. La sua originalità, di conseguenza, è duplice: da un lato, essa risiede in questa dimensione istituzionalizzata di costante apprendimento cooperativo, di cui le giornate di fine agosto celebrano il momento conclusivo del lavoro svolto, aprendo a un nuovo anno di nuove esperienze; dall’altro, essa declina la natura con la comunità di un territorio identificato come luogo di una cultura, prima ancora che mero spazio di mercato e di consumo. La “Notte Verde” non ha nulla a che vedere con le ripetitive e sempre identiche “fiere paesane”: ogni sua edizione è diversa dalle altre nei contenuti, nei temi e nei percorsi. Ma la “Notte Verde” non ha nulla di simile neppure con la mera fruizione estetica di un folklore deprivato di conoscenza e comprensione: la “Notte Verde” non è un “open space” rurale. È un luogo abitato, da conoscere studiandone i percorsi tematici e vivendone, anche attraverso la convivialità del cibo, gli elementi di armonia tra natura e cultura. Sembra poco quando invece è tantissimo, rispetto a un mondo che, in nome del consumo, della omologazione dei contenuti, della rivendicazione dei diritti come pretese di fruizioni convenienti al denaro (la c.d. “spesa intelligente”) ha perso tutto. La “Notte Verde” ti ristora pienamente di queste perdite: ti fa riscoprire i bisogni “radicali” della vita (il bello della convivialità con gli altri; il piacere dell’ascolto e della descrizione; la curiosità per la manualità semplice ma ingegnosa degli esseri umani; la ricchezza espressiva degli animali; la saggezza chiusa nei semi, nelle piante, nelle confetture) e ti soddisfa nei bisogni umani più liberi dalla cupidigia del consumo. Infine, la “ “Notte Verde” ti compensa: compensa la pochezza di una visione, politica e sociale, del territorio, inteso come spazio di opportunità di guadagno e non di recupero, base della grande e inconcludente retorica sulla c.d. “vocazione turistica” del Sud. La “Notte Verde” non ha per nulla “vocazione turistica”. Non a caso, essa è promossa da giovani, tutti con ottime competenze e basi formative e di esperienza, che non si propongono come “operatori turistici” bensì come “abitanti”. Abitare è un verbo bellissimo: è sinonimo di vivere. Significa “continuare ad essere in un luogo e aver cura di quel luogo”. Ma abitare significa anche avere abitudini (habitus) ossia consuetudini di riconoscimento reciproco; significa pure avere un “habitat”, ovvero un luogo che ha significato per come lo si vive con gli altri. Chi non abita, semplicemente “risiede”. Il turista che viene a Sud “risiede” senza per questo “vivere” nella memoria dell’ “habitus” e senza contribuire all’ “habitat” (anzi, nella logica del consumo, il più delle volte deturpandolo). Chi invoca la “vocazione turistica” del territorio dovrebbe capire che non c’è nulla di vissuto e di “habitus” nel garantirsi una somma di “residenti” temporanei che si lascia vivere da un luogo senza conoscerlo e soprattutto senza nulla ad esso donare. Nel Salento, l’emblema di questo vuoto è divenuto ormai il “turista” partecipante alla “Notte della Taranta”: tanto coinvolto dai ritmi, quanto ignaro dei contenuti profondi e delle difficili storie dei contadini del Sud. L’abitare richiede invece sempre una scelta radicale: quella del “restare” in un luogo, per recuperarlo, amarlo con un proprio fare, arricchirlo non attraverso il denaro ma l’azione. Del resto, si deve proprio ai ragazzi della “Notte Verde” la rivendicazione di quell’elementare diritto umano che consiste nella “restanza”, in un mondo sradicato dalla frenetica e disumana “libertà di circolazione”. Ecco perché la “Notte Verde”, con le sue pratiche di “demodiversità”, segna una coraggiosa linea di demarcazione nell’alternativa tra anonimi “open space” di consumo e “luoghi” da “abitare” e in cui “restare”. Michele Carducci, docente di Diritto climatico presso Unisalento e Presidente onorario Notte Verde 2019. Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 5 settembre 2019.

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